Comunicazione ecologica e aspetti sociali

Conferenza Prof. Maurizio Stupiggia

 

Convegno "Essere umani prospettive per il futuro"
Università Bicocca di Milano, 13 novembre 2010

 

Gente meditate....

 

Ecologia
Ecologia

 

Il prof. Jerome Liss[1] da anni sostiene che seguire i principi dell’ecologia nella conversazione contribuisce a risolvere conflitti all’interno di un gruppo, mantenendo i parlanti nella consapevolezza del fine ultimo comune a tutti: la soluzione dei problemi e l’arricchimento reciproco. D’altra parte se l’oikos era la dimensione domestica e famigliare in cui il tepore del focolare consentiva la gestazione del logos e la conversazione amicale (germe della stessa filosofia), come possiamo non apprezzare lo sforzo di Liss di riportare la comunicazione nella sua ‘ambientazione’ naturale? In fondo questo tentativo di riattualizzare la dimensione ecologica della comunicazione non è tanto più necessario oggi, in epoca globalizzata, dove c’è tanta informazione ma si comunica così poco?

Lo abbiamo, quindi, intervistato su questa singolare “riattualizzazione”, pregandolo di illustrarci brevemente il suo metodo.

 

 

- Domanda

 

Prof. Liss, perchè l’idea di abbinare l’aggettivo “ecologico” al termine comunicazione per definirne i particolari aspetti da lei individuati?

 

- Jerome K. Liss

Mi sembrava che tutti gli aspetti dell’ecologia fossero molto utili e applicabili per una comunicazione efficace, creativa, positiva. In ecologia abbiamo un’interazione tra organismi diversi - caratterizzati dalla loro complessità - e ambiente, e quest’ultimo deve essere rispettato. Il trasferimento di tali principi sul terreno comunicativo significa attivare forme di comportamento all’interno di un gruppo che prevedano la libera esposizione delle proprie idee in armonia con lo stesso e con il suo progetto globale. L’interazione positiva di cui sopra si esplica nel rispetto reciproco con cui più persone riescono a comunicarsi vicendevolmente opinioni diverse. Per rimanere nel campo dei parallelismi, in ecologia domina un’idea di crescita e di sviluppo lungo la direzione dell’evoluzione. Anche all’interno di un gruppo si può perseguire una via di sviluppo che si identifica nella maggiore capacità di pervenire a risultati concreti ed efficaci. Pertanto un campo (l’ecologia) ha funzione di modello e l’altro (la comunicazione) di concreta applicazione.

 

- D

Rimanendo nella definizione di principi ecologici applicabili alla comunicazione, quali possono essere, per converso, le più rilevanti forme di “inquinamento”?

 

- Liss

Penso in primo luogo alle numerose occasioni di “conflitto”.

Ragioniamo sulle nostre esperienze di gruppo. Frequentemente, durante una riunione, si ha la percezione che le cose non funzionino. Le contrapposizioni sono intense e forte è il tentativo di prevaricarsi. Si può paragonare il tutto ad una guerra tra organismi diversi con inevitabili vincitori e sconfitti. Personalmente preferisco pensare al “conflitto” come incontro di posizioni diverse, ma in interazione positiva. Anzi se la discussione è “facilitata”[2], il confronto serrato delle idee può servire a consolidare il gruppo e a renderlo, nel suo insieme, più forte. Altro aspetto altrettanto grave e più difficile da comprendere è il ricorso alla “vaghezza”. Quest’ultima uccide le dinamiche di una riunione. Uccide motivazioni, interesse, in sintesi, la produttività della stessa. Se il gruppo resta intrappolato in una discussione vaga, ancorché possano essere espresse ottime opinioni ed intenzioni, non è più in grado di pervenire nei tempi dovuti alla definizione dei propri obbiettivi ed al raggiungimento dei risultati.

Bisogna pertanto instaurare una metodologia di comunicazione che imponga di dare concretezza ad ogni idea o proposizione.

Ulteriore manifestazione negativa si rinviene nella frequente abitudine di dilungarsi in approfondite analisi e esposizioni del problema senza far seguire ipotesi di soluzione.

 

- D

E’ stata richiamata la figura del “facilitatore”. Dando per scontata l’importanza di questa figura come elemento di raccordo e di equilibrio all’interno delle diverse componenti dialettiche di un gruppo, non si rischia forse di esautorare la figura classica del “leader”?

Laddove costui non è solo soggetto formale, ma è persona alle cui idee viene attribuita autorevolezza; non esiste in questo caso quasi il dovere di assumersi la responsabilità di gestire un gruppo?

 

- Liss

Il leader, nella sua accezione classica, esisterà sempre. E ciò è assolutamente un bene. Egli mantiene un ruolo fondamentale in termini di assunzione di responsabilità e di formulazione di proposte; deve garantire la coerenza tra proponimenti e azioni. A sua volta, il facilitatore assume anch’esso un ruolo preciso. Deve aiutare la gestione della riunione per portare ogni partecipante ad esprimere al meglio le proprie opinioni. A questo punto viene da chiedersi se il leader può essere anche facilitatore. Non esiste una risposta univoca perché dipende dalle singole situazioni, ma, per quella che è la nostra esperienza, colui che abitualmente conduce le discussioni può, attraverso una specifica formazione, imparare anche a “facilitare” le stesse. Se egli saprà far questo maggiori saranno i risultati in termini di partecipazione e di motivazioni dei singoli membri del gruppo. In caso contrario, la difficoltà di dare ascolto agli altri finisce con il compromettere il buon andamento della riunione.

 

- D

Una peculiarità che si rintraccia nell’analizzare i principi della “comunicazione ecologica” consiste nell’invito ad analizzare concetti e proposte espressi dai componenti di un gruppo non in termini di “giusto o sbagliato” ma in relazione alla loro capacità di produrre “vantaggi o svantaggi”.

Il che sicuramente favorisce un fluire positivo della discussione, indirizzato al raggiungimento dei suoi obbiettivi pratici.

In tale contesto, che spazio esiste ancora per l’idealismo?

Il fine ultimo della “efficienza” comunicativa non rischia di soffocare l’opportunità di lanciare idee “alte”, prive di immediati effetti pratici, ma che risiedono nell’animo umano?

 

- Liss

La comunicazione ecologica si basa su una concezione epistemilogica che nega il dogmatismo, si contrappone alla definizione di verità assolute e a tutto ciò che può schiacciare il pensiero. Siamo nel solco delle teorie illustrate nella “Filosofia delle scienze naturali” del Prof. Carl Gustav Hempel, molto noto negli Stati Uniti, il quale ha descritto l’esistenza di due livelli di relativismo nel pensiero. Sostenere che un’affermazione è “vera” significa porsi in una posizione di dogmatismo. In realtà dobbiamo precisare che “vera” è un’osservazione. In un’analisi è reale ciò che è osservabile e misurabile o quantificabile. Pertanto, un’idea non è un fatto. Chi partecipa ad una discussione ha bisogno di imparare ad utilizzare un modo di pensare più preciso, più rigoroso. Imparare a valutare per ogni proposizione le conseguenze positive e quelle negative. La questione non è determinare chi ha ragione, ma individuare esattamente quali prove vi siano a favore di ogni idea e quali siano, appunto, i vantaggi e gli svantaggi. Nelle manifestazioni di idealismo riscontriamo la proposizione di concetti positivi e molto ampi. Frasi che toccano le emozioni. Tutti i potenti della Terra, dal Pontefice al Presidente degli Stati Uniti, lanciano quotidianamente messaggi pieni di ideali. Tuttavia, tali concetti, se rapportati alle possibilità di concreta realizzazione, appaiono deboli, anche perché incapaci di risolvere le contraddizioni.

Un’azienda può, ad esempio, proclamare di essere contraria ad ogni forma di danno ambientale ma poi potrà caso mai limitare le proprie forme di inquinamento, certamente non eliminarle. Agli ideali che creano emozioni, corrispondono fatti più complessi e diversificati per affrontare i quali occorre ricondurre le proposte agli effetti realisticamente perseguibili.

      

- D

Sinora abbiamo concentrato l’attenzione sulla comunicazione all’interno di un gruppo, più o meno vasto, di natura diversa, che comunque rappresenta già di per sé una forma di socializzazione. Quando pensiamo invece alla discussione tra due singoli individui, non possiamo non rilevare come si stia sempre più affermando l’abitudine ad affrontare un’eventuale divergenza di opinioni con principi assolutamente manichei, attraverso uno scontro dialettico impostato, quale sia l’argomento in questione, su atteggiamenti “da tifoso”.

Quale aiuto può venire in questi casi dal ricorso alla “comunicazione ecologica”?

 

- Liss

Cerchiamo di comprendere le dinamiche. Esiste un malinteso di fondo.

Un’idea non può essere considerata assolutamente vera e vincente, ma ogni opinione ha la sua potenzialità, la sua forza, la sua debolezza, il suo limite. Spesso l’individuo, sotto stress, dimentica ciò spinto dalle emozioni. Ognuno formula i propri concetti in modo assoluto nel tentativo di risultare “vincitore” ai danni dell’interlocutore. Si crea una forma di contrapposizione contagiosa. Si resta intrappolati in una spirale negativa. Tutto questo può avvenire in qualsiasi contesto: nella coppia, in famiglia, nel rapporto tra amici o colleghi di lavoro. La preordinata reciproca opposizione impedisce di raggiungere qualsiasi risultato efficace. In questo caso, un facilitatore formato è in grado di individuare subito, dal tono di voce o dalla scelta delle frasi, se due persone sono tra esse in rapporto negativo.

 

- D

Per concludere, dove ci può condurre un’applicazione, non dico costante, ma ricercata della “comunicazione ecologica”?

 

- Liss

Al raggiungimento di risultati positivi nel rapporto tra individui, ma anche a vantaggi di tipo economico. Pensiamo alle riunioni all’interno di un’azienda. Se le stesse saranno condotte secondo i principi della comunicazione ecologica, con l’ausilio di un facilitatore ben formato, avremo evidenti vantaggi: una discussione più vivace, l’indicazione di elementi concreti rispetto alla semplice esposizione di opinioni, la valorizzazione complessiva dell’intelligenza del gruppo. Tutto questo spesso collabora in maniera evidente alla soluzione dei problemi misurabili in termini economici. Ma ecologia e economia non hanno forse in comune nel termine greco “oikos”, inteso come “ambiente condiviso”, la stessa matrice lessicale?

 



[1] Jerome K. Liss è consulente per le Nazioni Unite del World Food Program. Fondatore e Responsabile Didattico della Scuola Italiana di Biosistemica, conduce, inoltre, corsi per la formazione dei ‘facilitatori’ (indirizzo e-mail: j.liss@libero.it).

[2] Al centro delle sue teorie sulla comunicazione ecologica, Liss pone la figura del facilitatore. Soggetto che, una volta debitamente formato, ha la funzione di trarre il meglio dai membri di un gruppo e, al contempo, aiutarli ad interagire in armonia reciproca.

 

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