Metafore del Simbolo di Mario Trevi - Recensione

La straordinaria polisemia del termine “simbolo” ha fatto si che ogni autore che si sia occupato dei processi simbolici abbia conferito a quel termine uno o più valori confacenti unicamente alla propria prospettiva. Due significati fondamentali interessano tuttavia lo psicologo (e, a un diverso livello, il semiologo): quello che risolve il simbolo nell’accezione generale di “cultura” e pertanto fa della capacità simbolica (ad esempio il linguaggio) il vero specifico umano, ciò che distingue radicalmente l’uomo dalla natura; e quello che fa del simbolo il risultato di un processo bensì universale, ma straordinario rispetto alla norma culturale e sempre legato a eventi eccezionali dell’individuo e della cultura: una vera e propria “singolarità”, di cui la riflessione cerca costantemente la “legalità”, senza peraltro ritenere esauribile il suo compito. L’autore, in una serie di studi organicamente collegati, persegue l’intento di chiarire la complessa declinazione che il secondo significato del simbolo assume nel pensiero di C. G. Jung, spingendo il discorso anche contro lo stesso Jung e, in ogni caso, contro una troppo facile e pigra interpretazione dello junghismo.

Estratti da "Metafore del Simbolo"

Volare per l'Anima è un bisogno imprescindibile
Volare per l'Anima è un bisogno imprescindibile

1. (diceva Jung: "Se il medico e il paziente non diventano un problema l'uno per l'altro, non si trova alcuna soluzione");

2. Come ricorda Jung nella sua autobiografia Ricordi, sogni e riflessioni, parlando della situazione che aveva trovato all'inizio della professione nell'Ospedale Psichiatrico di Zurigo:

"Il medico trattava un paziente X con una lunga serie di diagnosi bell'e pronte ed una minuziosa sintomatologia. Il paziente era catalogato, bollato con una diagnosi, e, per lo più, la faccenda finiva così. La psicologia del malato mentale non aveva nessuna parte da adempiere."
L’innovazione che Jung portò nella pratica psichiatrica fu dunque innanzitutto la consapevolezza che la funzione del terapeuta non consistesse solo nell'applicare rigidamente un "metodo meccanico", ma nel porre attenzione alla "storia di vita" del paziente ed alle storie che egli stesso raccontava:
"Il solo studio della psichiatria non è sufficiente. Io stesso ho dovuto lavorare ancora molto prima di possedere il bagaglio necessario per la psicoterapia. Fin dal 1909 mi resi conto che non potevo curare le psicosi latenti se non capivo il loro simbolismo, e fu allora che mi misi a studiare la mitologia."
Jung si convinse presto, infatti, anche osservando i propri sogni, che nel sintomo nevrotico come nel delirio psicotico affiorino immagini e idee che non sono proprie personali del paziente, ma che gli pervengono da un "fondo arcaico", e le cui figure possono desumersi da culti, religioni e mitologie antichi appartenenti a tutti i popoli: sono gli archetipi, forme alla base dell'inconscio collettivo, condivise da tutta l'umanità, che costituiscono, nel campo psicologico, l'equivalente di ciò che in campo antropologico sono le "rappresentazioni collettive" dei primitivi, o, nel campo delle religioni comparate, le "categorie dell'immaginazione";

3. Ogni simbolo secondo Jung è un qualcosa che ci introduce nel futuro. E' energia viva che ci porta dal presente al futuro. Un sogno, per esempio ordina i contenuti psichici e regola la nostra vita il nostro progetto di vita.. Esso è il mezzo con cui l'energia psichica viene convertita in progetti di esistenza.Il simbolo rivela il non ancora vissuto, il possibile (esito probabile di un'azione inconscia in fieri). I simboli come elementi catartici del Sé, : simboli vivi e simboli morti , tra simboli ancora capaci di dinamismo e di anticipazione e quelli che già sono stati riassorbiti dalla storia,. Come per Jung anche per Bloch il motore della civiltà è la capacità dell'uomo di anticipare il futuro, di rompere le mortificanti strutture del presente mediante l'urto della speranza profetica;

4. Ogni fenomeno psicologico è un simbolo, se si suppone che esso affermi o significhi anche qualcosa di più e di diverso che per il momento si sottrae alla nostra conoscenza. (C. G. Jung);

5. Il simbolo stringe in coppie legate indissolubilmente gli opposti che altrimenti si annullerebbero vicendevolmente. Non si tratta di una operazione "sintetica" ma di un'operazione "sistemica" nell'ordine del mantenimento degli opposti. Il simbolo genera tensione, non pace. Oppure, solo dopo una tensione insopportabile permette la pace di una contraddizione accettata. Forse per questo Jung parla di "violentissimo dissidio" con sé stessi come condizione indispensabile della costituzione del simbolo. Basta far riferimento ad un altro vocabolo greco simblema che vuol dire congiungimento, congiunzione, saldatura, connessione. Il simbolo non rimanda a un significato puntuale che, una volta trovato, esaurisca il senso del testo e chiuda una volta per tutte la specularità inesauribile fra testo e interprete;

6. Per Jung. mentre il segno rimanda sempre a qualcosa di noto anche se occasionalmente nascosto, il simbolo "non rimanda a nulla di noto". Il simbolo, in questo senso, si deve considerare come la migliore espressione possibile e formulabile di ciò che è ignoto. Così, se il segno si costituisce nel rapporto puntuale di significante e significato, nel simbolo abbiamo bensì un significante, ma il significato resta indeterminato e inafferrabile: non può tradursi né in un'immagine né in un concetto, ma resta piuttosto nella sua natura di processo psichico inconscio e progressivo: una sorta di progettualità aperta, indefinibile perché indefinita, non sottoposta a limiti così come non è sottoposta a limiti l'esistenza possibile;

7. Con l'inizio della seconda metà della vita nasce una nuova cosa nella vita stessa, nasce la morte. (C. G. Jung);

8. Per Schelling il penseiro poetico unisce insieme, com-pone quella coppia di modalità dello stesso pensiero che, tenuta separata, sarebbe "mortale"per lo sprito: il sistema e l'asistematicità, il sistema e la rottura del sistema. Il pensiero poetico com-pone il conscio e l'inconscio per Schelling, la libertà e la necessità, il particolare e il generale, la verità e l'azione;

9. Il simbolo è la testimonianza di un linguaggio aurorale dell'umanità, non condizionato dalla legge della stretta e univoca connessione fra significante e significato, dominato, se così si può dire, da una libera fluttuazione di significati capaci di convogliare sensi diversi e persino opposti nella parola espressiva. pre categoriale, pre logica;

10. Jung propone una nozione d i inconscio creativo che, al di là dei contenuti, opera sinteticamente e compensatoriamente rispetto al pensiero dirimente dell'intelletto cosciente, producendo quel delicato organismo operativo che s'è convenuto di chiamare simblema;

11. Il simblema si può immaginare come il punto in cui due fasci di linee convergono e divergono reciprocamente, quale che sia la direzione da noi scelta per seguire questa figurazione geometrica, il simblema come prodotto è indisgiungibile in due sensi opposti e complementari. Da questo punto di vista il simblema ha una temporalità di "prodotto" tendente a zero come - se ci è lecito il tagone, certe particelle subatomiche così effimere da sfuggire a ogni rappresentazione possibile. Il continuo interscambio e innegabile interscambio di contenuti e di funzioni tra inconscio e coscienza rende per altro problematici sia l'uno che l'altro asserto. Sappiamo solo che il simblema di cui si può parlare è quell'istantanea e folgorante rappresentazione che emerge tanto dal sogno quanto dal linguaggio poetico e che immediatamente, per conservare la sua stessa natura, si trasforma in attività;

12. La morte in quanto annullamento è posta al servizio della trasformazione, è il testimone del "punto di annullamento"attraverso cui ogni metamorfosi deve passare. In questo senso la simbolica progettuale della morte include la morte stessa nella vita, facendone quel segno di contraddizione e di sintesi attraverso cui la vita stessa si converte in esistenza, vale a dire in vita consapevole della morte, vita che si rende positivamente disponibile alla morte e che assume la morte come evento specificamente rivelatore.

Il simbolo onirico tende a utilizzare la morte come nucleo spermatico della metamorfosi, come accesso all'altro, al diverso, al nuovo e al non-ancora. Esso presentifica la morte come strumento di mobilità: la morte riscatta la vita dall'immobilità o dal rischio della stasi. La morte diviene, nella simbolica inconscia, il più vitale degli elementi della vita, lo strumento stesso della trasformazione;

13. forse anche tu stai cercando

la gioia, quella piena, quella capace di abitare
nelle profondità del cuore anche quando le tante tempeste
che la vita ci riserva sembrano oscurare i nostri
orizzonti;

14. La stessa parola psicoanalisi è errata perché letteralmente significa analizzare e scomporre mentre il procedimento psicoterapico è un confrontarsi o meglio pori di fronte. Il vero scopo dell'analisi non è lo scomporre o lo sciogliere gli elementi di un composto. Il suo vero scopo è quello di porre a confronto l'Io razionale con il mondo immaginale, di permettere il farsi incontro dell'uno con l'altro. Si auspica che che l'analisi intesa come confronto esca dall'aristocratica e privilegiata condizione in cui ancora si situa, e non debba invece proporsi come semplice modello paradigmatico dell'incontro umano suscitatore di arricchimento psichico.

La psicologia ha riscoperto, per strade tortuose, la circostanza niente affatto eccezionale per cui l'incontro umano, il porsi reciprocamente di fronte nella modalità dell'amore, accoglie la morte come la condizione autenticatrice della vita.